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La richiesta sempre più pressante di un riconoscimento dell'importanza del coinvolgimento soggettivo dell'analista nella relazione analitica, nasce, come è ben noto, da una critica forte nei confronti del concetto freudiano dell'analista “neutrale”, funzionante come specchio. Ma questa critica, pur partendo dall'esigenza reale di correggere una tendenza verso un atteggiamento analitico rigido e impersonale, finisce a volte per deragliare nella direzione opposta, fornendo appoggio a una concezione della posizione dell'analista priva del necessario grado di asimmetria nei confronti della posizione del paziente. Nel dibattito analitico in corso il rischio dell'incomprensione è altissimo. Da una parte la regola freudiana dell'astinenza è per lo più mal interpretata come depersonalizzazione del lavoro analitico; dall'altra anche la posizione degli analisti che hanno insistito, e insistono, sulla percezione dell'analisi come un lavoro “tra due persone in una stanza”, è spesso altrettanto maltrattata, sicuramente a causa di una sua certa approssimazione teorica ma anche perché non sono adeguatamente considerati i suoi presupposti clinici.
La mia non è, tuttavia, un ottica di equidistanza. Stemperare certe esasperazioni polemiche (che d'altra parte hanno legittimi motivi per esistere) mi serve per mettere a fuoco quelli che mi sembrano i veri nodi della questione:
che l'attuale insistenza sull'intersoggettivismo soffre di fraintendimenti e di slittamenti concettuali non di poco conto, che frequentemente finiscono per tradire le intuizioni cliniche che stanno alla base dell'insistenza stessa;
che gli analizzandi non hanno bisogno dell'affettività partecipata dell'analista, degli enactment o delle autorivelazioni dell'analista per viverlo, e
usarlo, come persona (anche se, a volte, enactment e autorivelazioni possono facilitare la relazione analitica);
che la personalizzazione reciproca della relazione analitica non può prescindere dalla specificità della cura analitica.
Dopo av