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A Venezia una volta c'erano i gondolieri. Non quelli “da turisti”, con cappello di paglia, casacca a strisce bianche e rosse e gondole nero lucenti di giapponesi e cineprese. Erano gondolieri che per poche lire traghettavano la gente da un lato all'altro del Canal Grande, facendo risparmiare molta strada a piedi e permettendo nello stesso tempo la gioia di un breve tratto in gondola.
In un altro luogo geopolitico, ma con simili metafore, Danielle Quinodoz parla di una “terra di nessuno” tra il confine svizzero e quello francese. I suoi abitanti, come i nostri pazienti “di oggi” (che chiama “eterogenei” perché usano meccanismi sia nevrotici sia psicotici) sono privati del senso di identità e di appartenenza e, intrappolati nella loro eterogeneità, non sono in grado di tollerare non coerenti e differenti parti di sé — sentimenti, sensazioni, idee, affetti — non riuscendo ad integrarli.
Lei stessa dice che per poter circolare agevolmente possiede due passaporti, uno francese e uno svizzero, e fa intendere che questi pazienti della terra di nessuno possono rivolgersi ad un analista essenzialmente per ottenere quel passaporto che testimoni un'identità e una coesione del Sé il cui fallimento si riflette nella loro vita nei modi più diversi e della cui origine non sanno ancora nulla.
Siamo traghettatori noi psicoanalisti, e insieme compagni di viaggio di chi percorre la “terra di nessuno”. Mettiamo in collegamento due rive di stati diversi, quella del mondo interno e del mondo esterno, del sogno latente e del sogno manifesto, del sintomo somatico e del pensiero, la sponda dell'alibi et tunc con quella dell'hic et nunc. Mettiamo in collegamento, come dice la Quinodoz, parti folli del paziente con altre parti sane e, avendo noi stessi fatto esperienza del guado e della voga, sappiamo come ci si può sentire in una terra di nessuno, essendo consapevoli e potendo tollerare, a differenza dei pazienti, le nostre parti folli che partecipano al nostro lavoro.
Aspetti contrastanti coesi