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Si giunge all'estraneo soltanto se è da esso che si prendono le mosse; e se ne prendono le mosse solo se è l'estraneo stesso che, fin dall'inizio, ci tocca, ci inquieta e ci colpisce nel proprio. La filosofia ci ha messo un bel po' per giungere all'altezza di questo enigma. E fino ad oggi, non mancano certo tentativi risolutori, che farebbero sparire l'enigmatico se solo vi riuscissero. Jean Laplanche, da parte sua, compie una simile considerazione per la psicoanalisi. A partire dal punto di vista di una psicoanalisi che procede dall'altro, Freud appare essere, come Galilei per Husserl, “un genio scopritore e al contempo occultatore”. Il cambio di orientamento che Laplanche effettua in seno alla psicoanalisi ha molto in comune con una fenomenologia dell'estraneo caratterizzata da pathos e risposta, (1) sebbene ci sia da rilevare che egli, nella misura in cui raccoglie il suo tentativo di revisione sotto il titolo di una teoria della seduzione, interviene — nel cuore della psicoanalisi — in un luogo che, invece, nelle riflessioni filosofiche, solo di rado gioca qualcosa di più di un ruolo secondario.