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È fuori dubbio che le difficoltà di trattamento degli stati psicotici pongono alla psicoanalisi ineludibili questioni di teoria, di metodo, di setting, tanto da spingere non pochi psicoanalisti alla ricerca di nuove teorie e nuovi modelli che, a volte, diventano un nuovo paradigma, nel senso di Kuhn (un complesso condiviso di nozioni, valori e regole che diventa sistema cognitivo in quanto è al tempo stesso sistema etico e nomotetico), incompatibile con quello precedente.
Di fronte a questa tendenza, credo s'imponga una domanda preliminare: cosa significa in questi casi la ricerca di nuove teorie?
Si tratta d'un desiderio legittimo, derivante dalla crisi delle teorie vigenti per quanto riguarda il loro valore esplicativo e terapeutico? Oppure questo desiderio deriva dalla crisi di chi le applica, ed è un effetto di ricaduta in campo psicoanalitico del consumismo globale dei nostri giorni? Non mi viene un termine migliore per designare l'appropriazione, la metabolizzazione e la progressiva usura dei concetti psicoanalitici effettuate dal sistema culturale diffuso, attraverso la loro applicazione extra-contesto, la proliferazione di teorie e pratiche terapeutiche in parte derivate e in parte concorrenti, ed infine attraverso l'assalto delle cosiddette neuroscienze, le cui derive farmacologiche promettono molto di più di quanto non riescono a mantenere.
Detto questo, è giusto, ovviamente, mettere in campo anche l'altro rischio in cui si potrebbe incorrere: la sempiterna paura del nuovo, fatto coincidere con la messa in crisi delle nostre teorie di riferimento e col ruolo da esse giocato nel fondare la nostra identità professionale e personale.
Fatta questa premessa, che certamente non basta a proteggere anche questo scritto dai pericoli sopra accennati, vorrei proporre una piattaforma comune minimale su cui situare le nostre riflessioni ed appoggiare la nostra esperienza collettiva, quella che, nell'accezione proposta da Winnicott (1965), rappresenta la ricerca in psicoana