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La vertigine che coglie lo spettatore, immobile, a teatro nasce dall'occasione che gli è offerta di rispecchiarsi nella propria alterità, di vedersi nell'atto di vedersi, di confrontarsi con il proprio Io decentrato. Per l' autoriflessività che gli è intrinseca il dispositivo teatrale è un campo d'osservazione privilegiato per la psicoanalisi.
Non è un caso se Freud evidenzia la qualità teatrale dei ricordi infantili che, a differenza di quelli anche visivi che si formano dopo, hanno la caratteristica, come nel sogno, di mettere in scena il soggetto. E neppure è un caso se la metaforica teatrale è al cuore stesso della Traumdeutung (1899, O.S.F., 3) e della metapsicologia, al punto da rendere quasi necessaria all'analista una qualche familiarità con i congegni illusionistici propri del teatro. Nulla è meno teatrale della psicoanalisi, visto che l'azione vi è proscritta, e nulla è più teatrale della psicoanalisi, a partire dalle espressioni drammatizzate dei sintomi di Anna O. (il termine adoperato da Breuer è tragierte, “declamava come una tragedia” nell'edizione italiana); dalle demarcazioni istituite dal setting e da quelle di secondo grado, di ordine discorsivo, dei sogni: vere scene en abyme, rappresentazioni metanarrative, frammenti di teatro nel teatro.
Il sapere antropologico depositato nella cultura della drammaturgia, se nella teoria freudiana ha valore analogico e metaforizzante, nella drammaterapia, cui questo bel libro di Salvo Pitruzzella (che esce in contemporanea anche negli Stati Uniti e in Inghilterra per i tipi della Brunner-Routledge) introduce, si trova invece pienamente assunto, tanto da ispirare in linea diretta pratiche e teorie.
La psicoanalisi non cessa per questo di essere un interlocutore con un suo ruolo (e su questo “dialogo” sono incentrate queste note di lettura), che interviene ogni tanto, proprio come il suggeritore nascosto nella buca di proscenio, oppure — rappresentata allora da “attori” di rango: di volta in volta Freud, Jung, Winni