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Meritevole di particolare segnalazione questo numero di Contemporary Psychoanalysis concepito In Memoriam di Stephen Mitchell, Ph.D. (1946-2000), dove si raccolgono in un interessante confronto — che lungi dalle retoriche celebrazioni di “scuola” o di gruppo, è occasione di intelligente dibattito — firme come quelle di Greenberg, Aron, Abend, Beebe, Lachmann, Fosshage, Safran, Seligman, L. Jacobson.
Fin dall'introduzione Jay Greenberg delinea una delle cornici della discussione nella nota “questione se la psicoanalisi necessiti di un singolo modello concettuale capace di espansione per l'accoglimento dei nuovi dati o se per tale scopo non sia più indicato un pluralismo delle teorie” (354). Tale numero della rivista si pone quindi come progetto di discussione sulle influenze del relational turn di Mitchell e colleghi rispetto ad altri indirizzi della psicoanalisi contemporanea. Nella consapevolezza che pur nella competizione tra diversi istituti psicoanalitici, qualcosa sia cambiato nel “tono della conversazione”, nel senso di una “nuova capacità di rispetto per i punti di vista alternativi” (355). L'idea di Greenberg è che la “prospettiva relazionale formi una matrice che può aiutare ad organizzare una serie di approcci differenti, facilitando una discussione tra punti di vista teorici che altrimenti non avrebbero possibilità di dialogare tra di loro (358).
Sander Abend, nel suo Relational Influences on Modern Conflict Theory (p. 367), ci offre un quadro storico, anche personale, che permette di avvertire la temperie culturale di circa trenta anni fa. Quando, mentre alcuni docenti del calibro di Charles Brenner e Jacob Arlow, si mostravano ben informati ad ampio raggio delle varie teorie psicoanalitiche e partecipavano a discussioni e dibattiti con colleghi di altre scuole, altri docenti, ma anche un grande numero di allievi, si mantenevano restii ad aggiornamenti e legati ad un quadro tradizionale, caratterizzati dall'adozione di “un acritico, benché appassionato, se