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Le eleganti sale dello storico Hotel Bristol Palace di Genova, alla vigilia della sua celebrazione come capitale europea della cultura, hanno accolto il 22 e 23 novembre 2003 il 10° Colloquio italo-francese, dedicato a “Le omosessualità”. Già nel titolo, declinato al plurale, emerge la scelta teorica di pensare alle svariate forme in cui l'omosessualità può presentarsi, secondo un vertice psicoanalitico, come l'espressione di intrecci storico-relazionali individuali, di cui cogliere gli assetti fantasmatici, piuttosto che definirne sindromi e comportamenti, come è stato da più parti ricordato.
In effetti, la prima relazione di Silvie Dreyfus, dal titolo “Diventare a sua volta madre di una figlia”, presentava il caso clinico di una paziente eterosessuale, alle prese da una parte con la omosessualità primaria, qui associata a difese anti-traumatiche, che pone il tema dell'alterità nello stesso sesso, dall'altra con la trasmissione omosessuale, di madre in figlia, dell'Edipo, che sfocia sulla questione dell'alterità dell'altro sesso.
La Dreyfus osserva che questa vicenda clinica le è parsa significativa per illustrare il peso della relazione omosessuale nella sistematizzazione dell'eterosessualità femminile, in quanto la sua paziente si presentava all'inizio come “una figlia del padre”. In particolare, viene illustrato quel momento dell'analisi — seguente l'annuncio della gravidanza della paziente, incinta di una bambina — in cui “la figlia del padre” è alle prese con “la figlia della madre” in lei. In un clima di forte ostilità per i genitori, la paziente “si rivolge nel transfert ad un doppio di se stessa”, così che l'analista si chiede se “la fissazione alla realtà del sesso dell'analista non testimoni una difficoltà di mobilità delle rappresentazioni e degli spostamenti delle imago”. Io mi sono chiesta piuttosto se il tema “della complicità inquietante con la madre” non abbia in qualche modo reso l'analista meno disponibile ad accogliere un transfert speculare, così