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Trovare il piacere di leggere significa “identificarsi con l'amante… incontrarlo inaspettato… anche sentirlo come amato” (23), a seconda della “chiave di lettura” che ognuno di noi ha, dice Lionel Bellenger in Saper leggere, Editori Riuniti, Roma. “Leggere significa”, continua Bellenger, “stabilire una relazione in solitudine con tutto il corpo, attraverso il tatto, la vista, l'udito (le stesse parole risuonano)… per un incontro…” (23-24) la cui chiave di lettura dipende dalle caratteristiche del lettore, ma in primo luogo dalle “tipicità” dello scritto.
Infatti lo scrivente ha già una sua “chiave di lettura” di ciò che esplora, che riferisce, su cui riflette, in relazione alla soggettività che lo costituisce come persona, di cui lo scrivere è una manifestazione. Se in una certa misura quindi c'è una “chiave di lettura” che è un po' una traccia autobiografica di chi scrive, anche il lettore, nel gradire un certo tipo di scritto piuttosto che un altro, usa una sua personale “chiave di lettura”, propria della sua soggettività.
“Chiavi di lettura in psicoanalisi” sono quindi i diversi modi di leggere la psicoanalisi, o anche di scriverla, che tenendo conto dell'invarianza di uno specifico psicoanalitico (il ‘lavoron’ dell'inconscio, il transfert, il setting specifico, la cura di parole), costituiscono il ventaglio di diverse prospettive teoriche, di differenti contesti applicativi.
In tal senso in questo numero della Rivista di Psicoanalisi, il lavoro di Andrea Marzi, Sandra Maestro e Gregorio Hautmann e quello di Antonio Imbasciati costituiscono due chiavi di lettura differenti nel panorama psicoanalitico; il primo si chiede quale “intersoggettività”, il secondo invoca una teoria “esplicativa” in psicoanalisi. Il contributo di Marco Monari rimanda a un'altra chiave di lettura: in relazione all'apporto della psicoanalisi in un contesto e in un setting differente da quello della stanza d'analisi.
Nella sezione “Leggere la psicoanalisi” le chiavi di lettura possono essere i