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Ricorrentemente gli psicoanalisti constatano quanto sia difficile intendersi tra di loro, soprattutto se i colleghi che si confrontano provengono da gruppi che hanno avuto un percorso formativo diverso, o più semplicemente se il percorso personale del singolo lo ha portato a lavorare in sintonia con certi modelli e tecniche piuttosto che con altri. Si parla di confusione delle lingue o della possibilità di concepire più “psicoanalisi”, tra di loro diverse. Certamente la natura del lavoro dello psicoanalista lo immerge in un mondo di per sé ineffabile, quello degli affetti profondi, ove le parole sono solo la pallida eco di ciò di cui analista e analizzando hanno esperienza.
Ma la psicoanalisi, in quanto scienza, ancorché il suo oggetto venga ad essere contenuto in modo riduttivo nelle parole, di queste ha bisogno per poter essere comunicata tra colleghi e per progredire nella ricerca. E le parole hanno bisogno di riferimento a concetti, il più possibilmente univoci, e questi a loro volta debbono essere connessi tra di loro, con quello che con termine lato possiamo chiamare teoria.
Io credo che una delle ragioni delle difficoltà ad intendersi possa essere individuata in una inadeguata attenzione alle teorie che vengono usate e alle loro differenze. Forse la focalizzazione sulla clinica rende gli psicoanalisti noncuranti degli aspetti teorici e può talora accadere che l'insistervi possa essere considerato di dubbia utilità, o di marginalità rispetto alla “natura” della psicoanalisi. d'altra parte mezzo secolo fa le difficoltà non sussistevano: tutti gli analisti componevano le loro divergenze nell'unitarietà del corpus teorico freudiano. Oggi il nostro moltiplicarsi ci ha reso meno omogenei. Credo allora che, oltre al moltiplicare