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La coesistenza nella nostra vita quotidiana di temporalità diverse riflette i due differenti sistemi logici del processo primario, che opera nell'Inconscio, e di quello secondario che caratterizza il funzionamento conscio e quello preconscio. È questa coesistenza che ci permette di entrare ed uscire da stati diversi di coscienza, dentro e fuori dal pensiero fantastico e razionale, dai sogni e dalla vita vigile, senza sentirci troppo disturbati (a meno che non siamo psicotici) da tali oscillazioni. È anche una condizione necessaria, se pure insufficiente, per l'espressione della creatività, come tutti gli artisti che “si perdono” nel loro lavoro ben sanno.
Un esempio specifico di questo contrasto di temporalità si può incontrare nella stanza d'analisi; i confini temporali forniti dalla struttura del rapporto analitico, con i giorni fissi per le sedute e la rigorosa adesione ai convenzionali cinquanta minuti, consentono l'emergenza e l'esplorazione di quell'atemporalità che domina il nostro mondo inconscio (Sabbadini, 1989). A questo proposito, l'indeterminatezza della durata complessiva della psicoanalisi, in contrasto con la durata fissa di ogni sua seduta, mi sembra essere una sua caratteristica essenziale, che la differenzia da altre forme di terapia piú ancora che non, per esempio, la sua frequenza intensa o l'uso del lettino — condizioni che pure ritengo importanti.
Quello che Freud (1900) ebbe ad affermare a proposito dell'analisi di un singolo sogno (“non si è veramente mai certi di aver interpretato fino in fondo un sogno”) vale anche per l'analisi nel suo complesso: per quanto ci si spinga in profondità, si può andare ancora più a fondo. In questo senso, dunque, la psicoanalisi è interminabile e può solo essere interrotta; si deve considerarla