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Orfeo, vinti con la forza del suo canto Caronte e Cerbero, può riportare con sé alla luce, fuori dagli Inferi, Euridice, ma a patto di non voltarsi a guardarla. Orfeo deve sopportare l'intollerabile pienezza del desiderio, un desiderio che trabocca, che vuole prepotente soddisfazione, che vuole l'immagine reale di Euridice; Orfeo deve sopportare di limitarsi ad immaginarla, l'amata Euridice. c'è qui un pieno ed una mancanza, una mancanza di rappresentazione, di pensiero, di immagine, ed un pieno debordante di desiderio, di intenzionalità, di sguardo. Il pieno, in questo caso, è troppo pieno, Orfeo non rispetta il patto, non dà tempo al tempo, si volta, Orfeo perde Euridice.
Con questa immagine si chiude l'intervento di Enrico Mangini comparso sul numero 3 (2003) della Rivista di Psicoanalisi, “Assenza e presenza del desiderio dell'analista come fattore di trasformazione psichica”. l'immagine di Orfeo è quella di uno spazio affatto peculiare (uno spazio, come vedremo, non spaziale, uno spazio che non è un contenitore), all'interno del quale è possibile costruire, talvolta, con dolore e fatica, quella relazione fra paziente e analista che rappresenta la condizione essenziale perché l'analisi possa essere efficace.
Ripensare la figura di Orfeo, a partire dalle considerazioni di Mangini, ci permetterà alcune puntualizzazioni su temi centrali nell'attuale dibattito sullo statuto conoscitivo e scientifico della psicoanalisi: 1) la distinzione fra verità storica (il fatto effettivamente accaduto che, nell'analisi, andrebbe ricostruito e reso consapevole) e verità narrativa-analitica (nel senso della verità come viene ricostruita all'interno, e con i suoi mezzi, dell'analisi); 2) la relazione fra la psicoanalisi e quelle scienze — in particolare le cosiddette scienze cognitive (ché di cognitivo,