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Un altro libro di Antonino Ferro. Il primo moto dell'anima, vedendolo sugli scaffali in libreria, è un sentimento di déja vu, qualcosa di intermedio tra la convinzione di conoscere già il pensiero dell'Autore e la curiosità di andare a verificare che cosa sarà riuscito a dire questa volta. Il libro raccoglie il testo di nuovi seminari tenuti da Ferro in Brasile, pubblicati prima in portoghese poi in italiano: due sono seminari tematici, uno sulla tecnica e l'altro sulla teoria psicoanalitica; sette sono seminari clinici, con il testo del caso presentato da un analista, la supervisione di Ferro, il dibattito del gruppo partecipante, redatti con fedeltà al materiale clinico e con vivacità rispecchiante il dialogo.
Invece, la lettura del libro si rivela arricchente, smentisce il pregiudizio iniziale e apre a nuove riflessioni. Soddisfa la dichiarazione introduttiva, nella quale Ferro afferma di essere ottimista riguardo allo sviluppo della psicoanalisi: “Il “metodo freudiano” non deve ridursi e isterilirsi in una applicazione del suo “modello”, ma essere usato come “motore di ricerca” — come fa abitualmente Green — per aprire nuovi orizzonti concettuali” (IX).
Cominciamo dal titolo (Il lavoro clinico): non si tratta di un coperchio generico sotto il quale riunire materiali disparati. Si tratta di un libro che mette a fuoco selettivamente un tema: come si “lavora” nella clinica. Ferro ritiene che attualmente in analisi il problema non sia tanto capire quello che il paziente dice, cosa che dopo un po' di esperienza si rivela relativamente facile, ma come elaborare il materiale del paziente in modo che quello che l'analista dice sia un fattore di crescita e trasformazione e non di persecuzione o impasse. Nel corso del libro vediamo l'analista al lavoro, con una notevole e coraggiosa capacità di mettersi a nudo, per trovare i modi, fondati nella teoria, per raggiungere il paziente nel punto in cui si trova, nel suo livello di simbolizzazione, nel suo linguaggio, nella sua in