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Il 18 marzo abbiamo appreso con grande tristezza la notizia della morte di Giovanni Gandiglio. Una dolorosa malattia lo ha colpito due anni fa, subito dopo la nomina ad analista di training, e gli ha impedito di esercitare quelle funzioni didattiche cui teneva moltissimo.
Gli eravamo legati da una profonda stima, per la passione mostrata nel condurre seminari e lezioni agli allievi della Prima Sezione Romana dell'I.N.T., e per i meriti scientifici, acquisiti nell'attività di ricerca e di insegnamento della Psichiatria, presso la facoltà di Medicina dell'Università Cattolica Sacro Cuore di Roma, e della Psicologia Dinamica, presso la facoltà di Psicologia dell'Università La Sapienza di Roma.
Lo ricordiamo per i numerosi interventi alle riunioni scientifiche del Centro di Psicoanalisi Romano, con i quali ci ha testimoniato la sua sofferta elaborazione di un atteggiamento clinico, che mirava a conciliare il rigore della teoria e del metodo terapeutico con una sensibilità e un pensiero personali. Argomento prediletto erano gli scritti di S. Ferenczi e il problema del coinvolgimento empatico e controtransferale dell'analista nel corso della cura.
A chi, come me, lo ha potuto avvicinare e conoscere al di fuori dei contesti istituzionali, in occasione di qualche partita a tennis o di qualche serata trascorsa insieme con altri amici, Gianni comunicava, accanto a una grande onestà intellettuale e grande impegno morale nel perseguire con coerenza le idee di cui era convinto, un bisogno di contatto affettivo e di autenticità umana, che si potevano cogliere solo se non ci si faceva scoraggiare da quella riservatezza e da quella discrezione estrema, che erano parte del suo carattere.
L'eticità e la coerenza ideologica di fondo, se, da una parte, gli avevano guadagnato la stima di molti, dall'altra lo avevano portato a scontrarsi con un establishment accademico contrario alle sue convinzioni. E a pagarne duramente le conseguenze sul piano della carriera universitaria.
Costretto a rinu