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In nessun momento l'analista o il paziente debbono perdere la sensazione di essere isolati all'interno del loro intimo rapporto analitico.
Il problema è: come stare isolato senza dover perciò essere distaccato?
Credo che già nel titolo sia presente il carattere un po' paradossale del tema in questione. Infatti, data la natura costitutivamente relazionale del lavoro analitico, ci si può chiedere perché fare oggetto di indagine gli spazi privati della mente, qualcosa che per definizione sembra destinato a rimanere inaccessibile allo sguardo dell'altro.
Il mio interesse per questo tema è stato sollecitato in primo luogo dal constatare che il ritiro del paziente dalla comunicazione costituisce un'evenienza clinica non infrequente e spesso problematica. D'altra parte, credo che tutto ciò che riguarda il paziente in seduta — ciò che tace o nasconde come ciò che dice, ciò che sembra voler tenere per sé come ciò che propone all'analista di condividere — entri a pari titolo nel nostro campo di riflessione, abituati come siamo in quanto analisti a pensare agli oggetti assenti non meno che a quelli che si offrono all'esperienza diretta.
Comincerò riferendomi ai principali autori il cui pensiero mi ha fornito le coordinate di base per organizzare l'argomento della ricerca.