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È possibile parlare di analisi concluse? In un bel lavoro sulle interruzioni delle analisi, la Gagliardi Guidi (1992) rileva la scarsità di lavori clinici sulle analisi interrotte in rapporto alla frequenza di interruzioni denunciate dagli stessi analisti. Già Meltzer (1967) segnalava che le interruzioni costituiscono l'esito più frequente del lavoro analitico, specialmente con i pazienti borderline. Più recentemente, Novick (1988) riferisce percentuali fino al 72% di trattamenti analitici la cui conclusione sia stata decisa unilateralmente dal paziente. In un lavoro del 1996, la Kluzer Usuelli afferma che metà delle analisi da lei condotte possono considerarsi interrotte, se si dà a questo termine “il senso più allargato di una non conclusione, di un'attesa non soddisfatta” (468).
Questi dati, apparentemente sconcertanti, dipendono dall'ambiguità del termine “analisi interrotta” che va da una più o meno improvvisa decisione unilaterale del paziente di interrompere l'analisi ad una conclusione in qualche modo incompleta. In quest'ultima accezione, il crinale tra analisi conclusa e analisi interrotta si fa estremamente sottile.
La riflessione sui criteri che differenziano un'analisi conclusa da un'analisi interrotta ci porta nel cuore del tema della fine dell'analisi, strettamente intrecciato con quello delle sue finalità. Gli scopi dell'analisi e i criteri di conclusione appaiono inevitabilmente diversi a seconda che ci si ponga in un'ottica che privilegia l'aspetto pulsionale e intrapsichico del paziente, e si intenda l'analisi come un processo relativamente lineare, sostanzialmente correlata alla risoluzione delle difficoltà del paziente;