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Le intenzioni di questa Nota non sono tra le più facili da realizzare. Piera Aulagnier ha un pensiero psicoanalitico profondo e molto originale, ma non si può dire che abbia il dono della scrittura. Inoltre, pur essendo cresciuta in un ambiente culturale italiano (dal quale, io credo, proviene ad esempio il suo interesse per Cassirer), ha poi lavorato, tra Lacan e Castoriadis, all'interno di una cultura psicoanalitica che non è molto familiare tra noi. Dunque, al di là dell'improvvisa fiammata di celebrità che la investe in questo momento, Aulagnier non è un Autore di facile lettura.
Ci si addentra nella sua opera un po' come in una selva, in un fitto intreccio di idee molto stimolanti, tra le quali però non è facile intravedere subito il sentiero percorribile. Tuttavia il suo è anche un pensiero molto sistematico su “l'attività di rappresentazione” (Aulagnier, 1975, 57), in particolare alla luce del problema non più eludibile della psicosi. In questo quadro il discorso sull'identificazione, il sentiero che io propongo di seguire, ci viene presentato anche come “l'unico linguaggio che rende formulabile e comprensibile la problematica della psicosi” (Aulagnier, 1984, 214).
Il lavoro sul concetto psicoanalitico dell'identificazione, d'altra parte, sembra essere rimasto irretito in un confronto fra le vecchie scuole, nel quale ognuna riesce però solo a ribadire i punti di vista già noti. Penso che non a caso sia rimasto senza un domani il confronto che si cercò di mettere in piedi al Congresso IPA di Amburgo nel 1985.
È molto frequente che, non riuscendo a svolgersi una vera e propria problematica dell'identificazione, cioè del riconoscimento, tutto si riduca ad un piatto discorso sullo sviluppo.