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Il titolo di questo libro: Freud messo a fuoco, rimanda alla nota metafora freudiana del telescopio, e, con essa, all'idea di un apparato psichico congegnato come sistema ottico, cioè a quella peculiare teoria del vedere che, includendo l'esperienza del disinganno, si pone come scienza in pieno divenire e non come metafisica della scienza, o come religione (Rossi P.L., 2000). L'Autore non si preoccupa tanto di dimostrare che la psicoanalisi sia una scienza, anche se afferma chiaramente che una certa psicoanalisi lo è (270) in quanto possiede alcuni requisiti che la connotano come scienza: la falsificabilità e la predittività.
Il libro è un'espressione, come le letture critiche delle analisi di Blanton e della Doolittle, in esso discusse, della capacità autocritica della psicoanalisi. Rappresenta, cioè, la possibilità, insita nel metodo psicoanalitico stesso, di “falsificare” (nel senso che un concetto possa venire invalidato da successive ricerche, Popper, K.R., 1963) alcune posizioni che erano state assunte dalla teoria psicoanalitica, nel corso della propria evoluzione.
Inoltre la psicoanalisi è caratterizzata dalla predittività, che nasce da una buona competenza diagnostica dell'analista.
Per l'Autore, tuttavia, l'intento di sottoporre la psicoanalisi a verifica, attraverso protocolli, è poco attuabile. Il maggiore ostacolo è l'impossibilità di definire un apparato in grado di vagliare la scientificità di un oggetto, quando non è ben definito l'oggetto che si deve esaminare. A questo proposito, mi sembra particolarmente efficace il ricorso, da parte dell'Autore, all'immagine del telescopio (244). Il telescopio è lo strumento astronomico che raccoglie e concentra la radiazione degli astri, consentendo l'osservazione di corpi celesti molto lontani. Permette di cogliere oggetti deboli, invisibili a occhio nudo. Come si può osservare il cielo con un elementare sistema di lenti, o col cannocchiale ideato da Galileo, col telescopio di Newton, o coi telescopi messi in orbi