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Vivrò fino a 116 anni, si trovò a dire Meltzer qualche anno fa a una riunione celebrativa, più misteriosamente pensoso che scherzoso. È morto a 82 anni (come Bion) a Oxford a metà agosto: disoccupato, disinvestito — e speriamo non — disamorato. Forse vo-leva dire, pre-dire, di sopravvivere a se stesso nel mondo psico-analitico per, diciamo, una generazione. Pochi mesi fa ad una mia telefonata di sondaggio per un eventuale seminario lo sentii distan-te, distaccato. Pensai che forse aveva bisogno di rimettersi a scri-vere anche se, non più in contatto con pazienti, era poco probabile. Mettersi a scrivere di psicoanalisi senza base clinica era impensabile. Era bello pensare che si trattava solo di una pausa, di un in-tervallo. Poi ci sarebbe stato un nuovo atto, un nuovo libro, un nuo-vo articolo meltzeriano. La sua insofferenza ai regolamenti e la sua renitenza nei confronti della British Society da un lato, la sua de-dizione e fedeltà alla formazione degli (delle) appartenenti alle Associazioni di Psicoterapia Psicoanalitica Infantile, senza confini, dall'altro ebbero come risultato l'inimicizia e la sconoscenza del mon-do ufficiale psicoanalitico e dei suoi vertici. La sua opera è stata via via disinvestita, specie quella più recente; ma le sue idee sul-l'autismo, di trent'anni fa, lasciano quasi sempre il primo piano a quelle della Tustin, nonostante la loro appartenenza ad una teoria psi-coanalitica generale. Perché in Sud America, in Argentina in partico-lare, le idee di Meltzer ricevono più attenzione? Per diverse ragio-ni, probabilmente; ma si possono dimenticare le dittature che vi han-no spadroneggiato? La visione di Meltzer è all'estremo opposto del-la dittatura (bella forza!), ma è anche contraria all'eccesso di re-golamenti e di vuote forme. La dittatura dei regolamenti e delle scartoffie non uccide, ma può soffocare.
Non ricordo bene, ma ho sentito Meltzer parlare di un debito da pagare e che aveva quasi finito di farlo: sembrava che dovesse rimanere oscur