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Con questo lavoro mi propongo di mostrare l'utilità teorica e clinica della distinzione proposta da Lacan fra i tre registri: il Simbolico, l'Immaginario e il Reale; e al contempo dimostrare come si possa validare la descrizione che ci ha lasciato Melanie Klein dello sviluppo psichico e delle sue vicissitudini, riconsiderandola alla luce di questa “invenzione teorica” lacaniana. Certe “perentorie” affermazioni della Klein, che descrivono come “dati di fatto” i contenuti inconsci del bambino, hanno finito col porre gli psicoanalisti di fronte all'alternativa tra due posizioni estreme: o il rigetto incredulo di quello che appare un'arbitraria inclusione dell'adulto (nella fattispecie della terapeuta) nel mondo del bambino, o un atto di fede che fondi aprioristicamente la fiducia nella verità e nella validità di certi contenuti attribuiti allo sviluppo psichico. D'altro canto, una critica diffusa rivolge a Lacan l'accusa di intellettualismo; si sente infatti spesso considerare Lacan un autore del tutto “teorico” che trascurerebbe la clinica. Questo lavoro vuole invece essere un tentativo di superare atteggiamenti pregiudiziali nell'utilizzo di certi contributi nella ricerca psicoanalitica. Sono infatti convinta che la psicoanalisi sia una ricerca, piuttosto che un sapere codificato e che sia necessario diventare più consapevoli di quanto una ripetizione “rassicurante” ma stereotipa dei suoi contenuti rischi di farle perdere ogni mordente di novità (mordente che aveva ai tempi di Freud) e ogni specificità in questa fioritura globalizzante della psicoterapia.
Con questo intento dunque, utilizzerò l'interpretazione proposta da Lacan di un caso clinico ormai storico: il piccolo Dick, paziente della Klein (1930).