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Due sono i referenti principali della teoria moderna del setting: D. W. Winnicott (1956) e J. Bleger (1967a); ma, se il primo è universalmente noto (per aver sostenuto nei casi di carenze originarie dell'Io l'importanza prevalente del setting, quale componente del sistema analista-ambiente, sull'interpretazione), non può dirsi altrettanto del secondo. Questo mi ha indotto a porre a confronto la concezione blegeriana del setting — e in particolare la teorizzazione che la sostiene, di un modo primitivo di funzionamento della mente, denominato posizione glischro-carica — con alcuni sviluppi concettuali successivi di scuola post-kleiniana. Intendo formulare l'ipotesi che tracciare il percorso di questa specie di torrente carsico del pensiero psicoanalitico possa servire a farne risaltare meglio, a posteriori, lo straordinario rilievo per la definizione dei fattori terapeutici della cura.
Il problema è attuale, come dimostrato, tra l'altro, dai numerosi lavori che correlano, curiosamente, momenti di svolta dell'analisi a situazioni di effrazione del setting. Tra quanti hanno affrontato questo tema, significativa è la posizione di Modell (1989): negando che il cambiamento terapeutico possa basarsi in ogni caso sulla nevrosi di transfert o sull'insight, egli enfatizza invece il frame, la cornice e, nel richiamare lo studio di Bleger, con la sua caratterizzazione del non-processo e delle costanti entro cui si snoda la terapia analitica, avanza la suggestiva ipotesi che la funzione principale dell'interpretazione sia non tanto quella di rendere conscio l'inconscio, quanto piuttosto di preservare il setting.
A partire da quest'area d'interesse più generale, lo spunto specifico per il presente lavoro nasce dall'enunciato dell'articolo di Bleger (1967a), che al setting assegna il ruolo di alleato della parte psicotica del paziente. Questa formulazione,