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“Io sto bene con i morti, come con i non nati, più vicino al cuore della creazione”
Da molto tempo la mia riflessione viene attratta da una serie di vissuti all'interno dell'analisi che riguardano, a mio avviso, qualcosa che ha a che fare con il femminile-materno. Sono vissuti molto difficili da descrivere, avendo a che fare con aree in fieri e colme di comunicazioni a livelli spesso altri da quello verbale. Intendo cioè dei vissuti primitivi da rifondare o da riattivare attraverso le potenzialità affettive che offre la relazione, la cui difficile o esigua esperienza, nel passato, non ne ha permesso prima la realizzazione e ne ha inficiato le possibilità evolutive. Sono vissuti che il paziente comunica senza poterli dire e che l'analista ritrova a volte in sé allo stesso livello. Egli prima deve spesso tollerare di averli come movimenti involontari, sensazioni percezioni o impressioni, dovendo dare loro importanza e il tempo necessario alle possibilità di crescita e di sviluppo. Così è possibile arrivare a poterli conoscere e pensare per entrarne in futuro nel senso e nel significato. Infatti il corpo, a modo suo, è in grado di comunicare con i suoi movimenti, con le reazioni della pelle: essudorazione, arrossamenti cutanei (ricordo un paziente che tranquillo mi comunicava cose molto erudite ed interessanti, ma improvvisamente gli diventava rossa la nuca), timbro e tonalità della voce, momenti in cui arrivano determinati segnali al posto di altri, balbettamenti, modo di vestire, “odori particolari” che tutti i pazienti possono avere in determinate circostanze.