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Ho apprezzato molto questa iniziativa della Rivista che ci permette di di lavorare intorno ad un tipo di domande, generalmente poco affrontate, e che, anche se possono sembrare retoriche, toccano certamente dei punti ambigui del pensiero psicoanalitico.
Mi è stata data la possibilità di non rispondere pedissequamente alle domande ma di esprimere il mio punto di vista intorno ad esse ed anche alle risposte dei colleghi Bolognini e Semi.
Mi sembra che queste domande, apparentemente semplici perché scaturiscono da una constatazione di fatti, riguardino invece punti di attrito anche dolenti del pensiero psicoanalitico, specialmente quando ci si trova ad esportarlo fuori dalle mura. La ragione dialettica poi rende il compito ancora più difficile, nel senso che esige definizione o perlomeno chiarezza, non tollera il pensiero sospeso della psicoanalisi e così, in qualche modo, ci può portare affrettatamente a considerare come “definite” molte cose che sono ancora lontane da una possibilità di condivisione oppure a doverle esprimere come opinione personale che certamente non trova l'uguale in altri esponenti della psicoanalisi. Al filosofo, Felice Cimatti che pone le domande, anche se mi sembra già consapevole ed esperto del nostro entourage, vorrei però chiarire che forse nella nostra disciplina non è facile raggiungere un vertice che possa comprendere la maggior parte dei conflitti di cui è fatta la psicoanalisi. Questo sia perché il loro stato topico, economico e dinamico varia continuamente, sia perché le vie di elaborazione e di contenimento