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Il concetto di bisessualità è da sempre tra quelli che, in psicoanalisi, presentano un grado di chiarezza inversamente proporzionale all'uso generoso che se ne fa. Esso compare prestissimo negli scritti freudiani, molto prima del termine psicoanalisi, ma, ancora nell'ultimo decennio di vita, il suo significato e la sua collocazione teorica rimangono per l'autore comunque incerti e bisognosi di chiarificazione. Nel 1929, in una lunga nota, Freud infatti così si esprimeva:
“Anche l'uomo è un organismo animale di indubbia disposizione bisessuale. L'individuo corrisponde a una fusione di due unità simmetriche, di cui, secondo l'opinione di alcuni ricercatori, l'una è puramente maschile, l'altra femminile. È ugualmente possibile che ogni metà fosse originariamente ermafrodita. La sessualità è un fatto biologico che, per quanto di straordinaria importanza per la vita psichica, è difficile da afferrare psicologicamente. Siamo abituati a dire: ogni essere umano rivela moti pulsionali, bisogni, attributi tanto maschili quanto femminili, ma, mentre l'anatomia può mostrare l'elemento particolare del maschile e del femminile, la psicologia non può farlo. Per essa il contrasto dei sessi sfuma in quello di attività e passività, dove noi fin troppo facilmente facciamo coincidere l'attività con la mascolinità e la passività con la femminilità, il che non trova affatto conferma senza eccezione nel regno animale. La dottrina della bisessualità presenta ancora molti lati oscuri, e la mancanza tuttora di un collegamento tra essa e la dottrina delle pulsioni costituisce, per la psicoanalisi, un grave impedimento [corsivi miei]” (595).