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I Botella aprono il loro lavoro ponendo subito una questione molto attuale: “lo psicoanalista deve creare nuovi strumenti concettuali?” (7). O piuttosto “modificare” il contenuto manifesto di quelli che sono stati proposti da Freud, facendo guadagnare loro terreno in “estensione”? In altre parole: dobbiamo andare oltre Freud o restare ancorati al suo pensiero senza necessariamente aprirci ad altre discipline? Mi sembra che la risposta a questi problemi i Botella la diano già nell'introduzione in cui sintetizzano il loro pensiero basato sull'esperienza clinica: la vita psichica si basa su una continua trasformazione, dalla non-rappresentazione alla raffigurabilità tesa a colmare il vuoto della non-rappresentazione, dalla traccia della memoria senza ricordo (che penso corrisponda alla memoria implicita, anche se gli autori non usano mai questa espressione), al sogno che può rappresentarla simbolicamente.
Il compito dell'analista entra in questo contesto come lavoro di raffigurabilità derivato dalla regressione formale del suo pensiero in seduta e strumento di accesso alla memoria senza ricordo (che penso corrisponda a quella memoria in cui si struttura l'inconscio non rimosso, anche se gli autori non considerano questo — a mio avviso — inevitabile accostamento).
La raffigurabilità viene definita come una forza sensoriale dell'immagine, rappresentazione pittografica di una fantasia o esperienza, invenzione di un'immagine che entra nel teatro della mente a sostituirsi al vuoto della non-rappresentazione. Il concetto di rappresentazione di cosa e rappresentazione di parola può oggi essere ampliato: esiste anche un pensiero che, entrando nel dominio della significazione, non è solo di parole ma extraverbale e infraverbale, o iconico e pittografico come nel sogno. Ma il pensiero, secondo i Botella, a partire da Freud è dominato dalla negatività e la pulsione di morte è per essi “la maniera trovata da Freud per accedere al pensiero della negatività” (14). “Ma allora”, si chie