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Il primo volume del 2003 è un numero monografico quasi interamente dedicato all'influenza della teoria sulla pratica psicoanalitica o più esattamente a come esse si interconnettono.
L'introduzione è del nuovo direttore Henry F. Smith che raccoglie il testimone di un lavoro editoriale concepito e già portato a termine da Sander Abend e Owen Renik. Già nella forma interrogativa del titolo Teoria e pratica: completa partnership o falsa connessione?, si profilano una serie di domande e perplessità che verranno via via esplicitate. In apertura del suo articolo Smith cita Bleuler che a proposito del pensiero schizofrenico aveva usato l'espressione “esso pensa nel paziente”.
Si potrebbe parafrasare dicendo che la teoria psicoanalitica “pensa” nell'analista. Il riferimento è a Freud (1915, Pulsioni e loro destini): “Anche nello stadio della descrizione non è possibile evitare l'applicazione di certe astratte idee al materiale che abbiamo in mano, idee che provengono da qualche dove ma non sicuramente dalle nuove osservazioni”.
Un ampio riconoscimento viene dato in questa introduzione al lavoro di Freedman, che si è molto dedicato alla comprensione del “come la teoria dimori (o si nasconda) nella mente del terapeuta, come gli permetta di intravedere possibilità, rassicurandolo che c'è qualcosa da comprendere, indicando come comprendere e stabilizzando il terapeuta con “sostegni cognitivi” che gli permettano di privilegiare e disciplinare il suo ascolto”. La teoria secondo Freedman lenirebbe gli innumerevoli e inevitabili disagi del lavoro clinico, ma come si evidenzia nel titolo del suo libro del 1988 (Anatomia della psicoterapia) a cui Smith fa riferimento, al centro dell'attenzione non c' è la specificità del lavoro psicoanalitico.
Una maggiore focalizzazione sulla teoria psicoanalitica e sui suoi livelli di astrazione è invece visibile nel riferimento al lavoro di che, tentando di tirare le fila di un convegno sul metodo scientifico, elencò una gerarchia di livelli di astra