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L'argomento che m'interessa discutere oggi con voi è quello del rapporto tra disagio nella civiltà e scrittura psicoanalitica. So che si tratta di un tema da lanciare e rilanciare piuttosto che da esaurire, ma credo - e cercherò di mostrarlo - che lo si debba appunto continuamente rilanciare.
Comincerò subito mettendo in evidenza quella che può essere apparentemente una contraddizione di oggi: si può parlare dello scrivere? Se esiste una relativa intraducibilità del detto nello scritto, che senso ha il movimento di oggi che riporta la parola alla sua concretezza sonora, cioè proprio a ciò che aveva perduto nel processo della scrittura? Forse è un'inutile sofisticheria, quella di chiedersi le ragioni di questo va-e-vieni e dell'irrequietezza che secondo me segnala?
Il fatto è che l'atto dello scrivere, in qualche modo, sembra escludere il suono. Perché in luogo delle rappresentazioni motorie fonatorie, vengono attivate rappresentazioni motorie scheletriche, in luogo dei movimenti fini laringei, vengono attuati movimenti fini delle dita. Personalmente ritengo teoricamente plausibile che i movimenti fini fonatori non siano mai del tutto aboliti, però, mentre tutti sappiamo che si può leggere a voce alta, la mia ignoranza non mi ha consentito di trovare un esempio adulto di scrittore che scriva a voce alta. Ce ne saranno, beninteso, ma non debbono essere così frequenti.
Nel bambino che apprende a scrivere, c'è qualche volta una sorta di dettatura, un compitare, un dirsi quel che si ha da scrivere: «c-a-s-a» mentre faticosamente la mano cerca di stendere un filo di inchiostro che disegna prima una curva, poi una rotondità con una gambetta che scende in basso, poi un serpentello e infine - con un sospiro di sollievo - un'altra «A» che diventa un «aaah». E a volte al dettarsi