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Cari amici, ho anch'io - come voi - le mie brave annate della Rivista italiana di psicoanalisi nella mia libreria, non troppo in ordine a dire il vero (non amo le librerie troppo ordinate, mi piace anche perdere qualche libro per il piacere di riscoprirlo dopo qualche tempo). Così è anche delle annate della nostra amata Rivista, con il dorso sistemato secondo i numeri.
Di una fila ordinata di libri (o di numeri) si dice - curiosamente - che è una teoria, una teoria di scritti.
Ma che cos'è poi una teoria? Etimologicamente «teoria» risulta dalla somma di due radici greche che raddoppiano il medesimo concetto: θϵ
oμαι (guardare, rappresentare) da cui anche teatro, e óρ
ω che è ancora vedere, guardare.
In un certo senso la teoria è perciò una doppia visione, una visione ribadita. Ugualmente la Rivista è una doppia visura, visione duplicata e ribadita.
(Mi piace ricavare suggerimenti e ispirazioni da pensieri depositati nel linguaggio a nostra insaputa, anche se non sono mai riuscito a sistemare teoreticamente la faccenda: sta di fatto che per comunicare tra noi ci fu giocoforza entrare nell'ordine del discorso, immenso serbatoio del preconscio).
E la Memoria? Anche la memoria è revisione, μνημη, μιηνηακω da μνη, per metatesi μνη da cui anche mens, la mente latina. Non si dà dunque mente senza memoria e viceversa. Così l'etimologia si fa garante del rapporto tra teoria, rivista e memoria.
La memoria è compagna del dolore. Sempre. Il motivo è banale (e perciò trascurato): la memoria è sempre un cimitero, così come il cimitero è monumento