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La scelta di celebrare il cinquantenario della rifondazione della Rivista di Psicoanalisi con l'organizzazione di un Convegno sui «Luoghi dell'interpretazione» nasce dall'articolazione di un duplice motivo:
Le considerazioni sulla centralità che tuttora questo tema occupa nella psicoanalisi, dall'affermazione di Laplanche e Pontalis secondo cui l'interpretazione ne caratterizza specificamente la tecnica, alle articolate e convincenti proposizioni di Pier Luigi Rossi. Lontano dai toni polemici e assertivi cui frequentemente si è esposti sia da parte dei fautori che degli oppositori della validità attuale dell'interpretazione in psicoanalisi, Rossi pone delle questioni di rilievo: il punto centrale del suo intervento, su cui vorrei attirare l'attenzione, verte sulla complessa relazione che lega il valore che l'analista dà al racconto dei «fatti» (trauma) accaduti al paziente, l'interpretazione e la possibilità di un lavoro Nachträglickeit che consenta di estrarli dalla loro immobile fissità. Cosicché essi - i fatti - «la smetteranno di perseguitarci con le loro conseguenze».
Questo è il percorso, questa è la speranza, questa è l'illusione che può volgersi tragicamente in delusione e fare dell'analista, agli occhi del paziente, un «imbroglione» (per usare le parole suggestive di Rossi). E questi costituiscono i due luoghi dell'interpretazione psicoanalitica, secondo il significativo titolo fornitoci da Rossi: i «fatti» (esterni ed interni) e la speranza del futuro.
L'aver individuato il tema stesso come un punto di notevole convergenza con altre aree culturali limitrofe con cui la psicoanalisi tende sempre più spesso a confrontarsi, di cui fornisce un approfondito saggio Sarantis Thanopulos con il
suo complesso intervento. Il nesso tra la dimensione sociale e quella individuale messa in luce dalla nascita della tragedia, secondo la versione narrativa propostaci da Thanopulos, pone la questione recidivante, ma non per questo meno rilevante, della relazione tra esperienza