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Il mio intervento, in occasione del Cinquantenario della Rivista di Psicoanalisi, non è privo di interessi filosofici, ma non mira a proporre agli psicoanalisti che cos'è la psicoanalisi nella storia della filosofia. Piuttosto, nel tentativo di conseguire qualche utilità non solo per la storia, e quindi rifiutando l'esilio nell'inattuale, mi propongo di leggere ed evidenziare il nesso psicoanalisi-cultura nella storia della Rivista, al fine di rilevarne qualche aspetto, in grado di contribuire a far scorgere, così come è documentato dalla Rivista stessa, che cos'è l'uomo nell'esperienza e nel pensiero psicoanalitico italiano.
I cinquant'anni che la Rivista ha alle sue spalle coprono ormai la seconda metà di quello che Eugenio Gaddini ha definito il «secolo della psicoanalisi» (Gaddini, 1984) e sono gli anni che coincidono con le difficoltà peculiari che la giovane scienza fronteggia in Italia dal dopoguerra. Costituiscono nel contesto del Novecento quello che si potrebbe definire il presupposto storico del disagio degli analisti in Italia: si ritrovano nelle modalità di sviluppo e di inserimento della psicoanalisi, nelle difficoltà che la Rivista incontra; investono la vita dei pionieri, la storia della rivista e della psicoanalisi (Servadio, 1974).
Sia nell'editoriale di Musatti del 1955, dove fa riferimento alla Rivista Italiana di Psicoanalisi diretta da Edoardo Weiss, sia nel 1976, riferendosi al volume di Michel David (1966), Musatti sosteneva, autorevolmente, che non vi era stata per lo meno nella prima metà del secolo e nel decennio successivo una vera e propria influenza della psicoanalisi nella cultura in Italia. Questa marginalità veniva fatta risalire dai «pionieri» a quattro fattori culturali, istituzionali e ideologici del primo Novecento: il fascismo, l'egemonia idealistica, la psicologia scientifica insediata nelle università, la Chiesa cattolica (Musatti, 1976; Servadio, 1976).