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Esattamente trenta anni fa, nel 1974, la Rivista di Psicoanalisi uscì con un fascicolo tematico dedicato appunto, come la nostra giornata di oggi, a L'Interpretazione. Si trattava, in quella occasione, di un fascicolo unico che copriva l'intera annata ed autorevolmente presentava un'operazione di un certo rilievo culturale per il mondo psicoanalitico italiano di allora: la prima traduzione del famoso e antico articolo di Strachey (1934) sulla «interpretazione mutativa», accompagnata dal commento di Stefania Manfredi che ne spingeva il contenuto verso una più completa teoria delle «relazioni tra gli oggetti interni».
Quel fascicolo della Rivista ratificava soprattutto la diffusione in Italia e l'egemonia della tecnica kleiniana che si era sviluppata in quegli anni, e discuteva sull'interpretazione, se pure con accenti personali diversi fra i vari Autori, nei termini che erano stati posti da quella tecnica: l'interpretazione deve essere precoce oppure no? Deve essere sempre un'interpretazione di transfert? E così via.
Se prendiamo quello come punto di partenza per una riflessione possibile, ci accorgiamo che molta acqua è passata da allora sotto i ponti, e ci scopriamo forse oggi più inclini ad interrogarci sulla natura dell'interpretazione psicoanalitica, piuttosto interessati a chiederci direttamente: a che cosa serve, in psicoanalisi, l'interpretazione?
La «teoria degli oggetti interni» era una teoria molto forte, con ambizioni scientistiche elevate, tale che la tecnica, cioè la pratica reale della psicoanalisi, ne veniva quasi naturalmente dedotta come un'applicazione della teoria. La stessa Manfredi avrebbe poi peraltro riconosciuto che non veniva dato in questo modo