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L'esercizio dell'interpretazione non fa che sistematizzare un'attitudine che ci riguarda quotidianamente, svincolata com'è dalla messa in moto di una qualche intenzione; e proprio perché è un atto a noi così familiare presenta opacità che necessitano, a loro volta, di venire indagate. In questo sfioramento di alcuni approdi ai quali si è ancorata la riflessione sull'interpretare, si può cominciare osservando che un elaborato scritto o figurato, almeno nella consuetudine alla quale è consegnato il nostro pensarlo, non esiste al di fuori della possibilità di comunicare un suo senso. Finché non interviene a farlo parlare una lettura che porta già con sé un'interpretazione, quel testo altro non è se non un oggetto inerte. Dunque, l'interpretazione non appartiene a un momento successivo alla scrittura di un testo, non segue la sua costruzione, perché invece vi partecipa attivamente.
Il critico letterario canadese Northrop Frye definì l'opera d'arte come un tentativo di comunicazione immaginativa che, una volta raggiunto il suo scopo, diventa il punto focale di una comunità. E gli interpreti, di volta in volta accreditati come tali, troverebbero dunque il loro ruolo esemplare nel «tradurre la letteratura in dialogo continuo con la società», prima ancora che nel loro tentativo di spiegarla. Sia che si tratti di un manoscritto che di un libro, o di un film e persino del documento di un computer, ogni testo di una qualche complessità sfugge a un