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In un suo lavoro del 1967, Edipo senza complesso J.P. Vernant, riprende un articolo di Anzieu pubblicato l'anno prima, dando forma a una critica minuziosa della lettura psicoanalitica dei miti greci. Una parte importante del suo interesse è rivolta all'uso che Freud fa della leggenda di Edipo, nella versione che ne dà Sofocle, per costruire il suo concetto del «complesso edipico». Vernant dedica un'attenzione particolare alla tesi di Freud (sostenuta in Interpretazione dei sogni) che i sogni universalmente presenti dell'uccisione del padre e dell'unione con la madre danno la chiave dell'effetto tragico in «Edipo Re»:
«Per Freud l'effetto tragico è legato alla natura particolare del materiale utilizzato da Sofocle nell'Edipo re, cioè in definitiva, ai sogni dell'unione con la madre e di uccisione del padre che - egli scrive - danno la chiave della tragedia: «La leggenda di Edipo è la reazione della nostra immaginazione a questi due sogni tipici, e giacché questi sogni sono nell'adulto accompagnati da sentimenti di repulsione, bisogna che la leggenda porti lo spavento e l'autopunizione nel suo contenuto stesso» (Vernant, 1967). Si potrebbe discutere su questo «bisogna» e osservare per esempio che nelle versioni primitive del mito non esiste, nel contenuto leggendario, la benché minima traccia di autopunizione, poiché Edipo muore tranquillamente assiso sul trono di Tebe senza essersi affatto accecato. È appunto Sofocle che, per le esigenze del genere, dà al mito la sua versione propriamente tragica - la sola che Freud, il quale non è mitologo, poté conoscere, la sola di conseguenza, di cui discuteremo qui. Per dimostrare la sua tesi, Freud scrive che, quando si è voluto produrre un effetto tragico in un dramma del destino analogo a Edipo re, ma avvalendosi di un materiale diverso dai sogni edipici,