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Nel dare il benvenuto a voi tutti, ed in particolare alla redazione della Rivista di psicoanalisi, non posso non accorgermi che definisco, con tale gesto, quella situazione un po' particolare e molto complessa che si chiama ospitalità. Non solo per la radice etimologia che rimanda ad opposte valenze affettive (hospes/hostis indica l'ospite e il nemico), ma per il fatto che nel concedere il diritto di ospitalità, nel designare qualcuno atto a ricevere questa ospitalità, si definisce immediatamente una territorialità (in cui noi siamo inseriti) e una extraterritorialità (a cui l'altro irrimediabilmente appartiene). Come si vede, l'atto assolutamente pacifico del dare un benvenuto, si apre alla sua radicale ambivalenza, dandoci però, grazie a questa medesima ambivalenza, delle impreviste aperture sul nostro tema.
Come ha osservato efficacemente Derrida, in Addio a Emmanuel Levinas, «Per dare il benvenuto, si insinua forse che si è qui a casa propria, che si sa cosa vuol dire essere a casa propria, e che a casa propria si riceve, si invita e si offre ospitalità, appropriandosi cosi di un luogo per accogliere l'altro o, peggio ancora, accogliendovi l'altro per appropriarsi del luogo e parlare allora il linguaggio dell'ospitalità». In questo senso, ospitare qualcuno sottopone paradossalmente l'identità (di entrambi i partner) a tensione, introducendo angosce, infezioni, immunizzazioni, complesse trattative o tentativi di esclusione.
Da un certo punto di vista, la relazione fra scrittura e psicoanalisi non appare distante da questo paradosso. Innanzitutto proprio nel luogo in cui la psicoanalisi ritrova una delle forme della sua trasmissibilità, o addirittura della sua nascita (non a caso, a proposito dello scambio epistolare tra Freud e Fliess, luogo fondativo