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Lo spunto per questo intervento mi è stato dato da una recente Nota Redazionale della Rivista di Psicoanalisi, (, 333), dove è citato Bellenger (, 23-24): «Trovare il piacere di leggere significa “identificarsi con l'amante […] incontrarlo inaspettato […]. Leggere significa stabilire una relazione in solitudine con tutto il corpo, attraverso il tatto, la vista, l'udito”» (Saper leggere, Editori Riuniti, , 23-24).
Ma subito dopo Semi (, 50, 404): «Leggere non vuol dire studiare. Lo studio implica una trasformazione più profonda, più duratura, più restitutiva: si tratta di capire cosa davvero ha detto quell'autore lì, di riuscire a riprodurre dentro di noi il suo pensiero e contemporaneamente a distaccarcene, per riconoscerlo come altro rispetto a noi» («Leggere o riflessioni di lettura», Rivista di Psicoanalisi - RIP d'ora in poi - , 404).
Leggere per piacere, leggere per studiare. Ma c'è un terzo modo di leggere, anche di psicoanalisi: leggere per mestiere, per valutare scritti di psicoanalisi da pubblicare o da presentare come relazioni a un convegno; per valutare e, quando è possibile, per suggerire trasformazioni, grandi o minute. Orbene, negli ultimi 12 anni, con l'interruzione di due e un po', ho letto soprattutto per mestiere, come redattore della Rivista, quando Direttore - una volta che la modifica dello statuto ebbe istituto questa carica - divenne Semi, come redattore capo per un annetto, quando Direttore divenne Rossi, come Segretario Scientifico in questo quadriennio che volge al termine. Già prima ero stato nella redazione per due diversi periodi, che però vivo come del tutto diversi.
Naturalmente sono tanti i colleghi che leggono per mestiere: alcuni colleghi della redazione della Rivista, Rossi in particolare, poi Leonelli Langer, Campanile