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Il mio discorso vuole indagare l'idea che raccontare la clinica induce sempre un sentimento di insoddisfazione nel narratore-analista; come se questi non riuscisse mai a comunicare «veramente» il vissuto della seduta. Sottolineo quindi, a sostegno di questo vertice esperienziale, l'esistenza di una specificità del racconto clinico psicoanalitico, rispetto ad altre scritture, che deriva dalla «forma» epistemologica della psicoanalisi stessa, affiancandomi decisamente in questa affermazione a coloro che pensano che la nostra disciplina presenti delle peculiarità sue proprie che sono solo parzialmente sovrapponibili ad altri modelli esplicativi sia scientifici che filosofici.
Ma prima di addentrarmi nello specifico dell'argomento, desidero circoscrivere alcune premesse che delineano l'area della problematica che intendo sviluppare:
Per primo, vorrei considerare l'oggetto di questa trascrizione: il materiale inconscio. Quando raccontiamo verbalmente o per iscritto il processo di un'analisi, sappiamo di dover dare voce innanzitutto alla trama inconscia non conoscibile, da inferirsi tramite i suoi derivati. Questo oggetto, per essere condiviso e comprensibile, si offre generalmente nei resoconti clinici attraverso la forma di una struttura narrativa. Chiunque può capire a questo punto come questa trasformazione risulti contraddittoria e sia passibile di determinare una prima area di difficoltà. L'inconscio è ciò che mentre si istituisce si nega, nella sua irriducibile alterità.
In seconda istanza, dobbiamo mettere in parole il particolare tipo di relazione in atto, la seduta analitica, che provoca, lascia, amplifica «scombussolamenti», «irritazioni» profonde e «disorganizzanti» nello psichismo del paziente,
ma anche del potenziale narratore, e cioè dell'analista. Fenomeni inerziali che si oppongono allo svolgersi del discorso, favoriti anche dalla regressione cui l'Io dell'analista si abbandona e dallo sfumarsi della sua presenza, che lo desoggettivizza provvisoriamente.
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