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Se la camera oscura è il luogo in cui, perso l'oggetto perché il suo attimo è svanito, esso è ritrovato, noi, costretti a misurarci, increduli, con la perdita, al buio, sperimentiamo ora quell'incertezza fiduciosa ma trepidante di chi, nel formarsi di una nuova rappresentazione, ritrova pian piano, a poco a poco le tracce di ciò che è stato e che, proprio grazie a quella rappresentazione carica di affetto, continua ad essere.
Della metafora della camera oscura, della necessità di questo luogo psichico e della sua possibile carenza, si è servito Agostino Racalbuto, Direttore della Rivista di Psicoanalisi, nella relazione fatta a Roma in occasione delle «Giornate Italiane» che la Società Psicoanalitica Italiana ha indetto sui «Disagi della civiltà».
È stata la sua ultima, prima di morire, improvvisamente.
Interrogandosi sugli attuali disagi della civiltà, ciò che più gli premeva era richiamare l'attenzione degli psicoanalisti sui rischi che anche la psicoanalisi corre, ed in particolare sulla possibile perdita, per rinuncia, dello specifico psicoanalitico. Se ampliare le frontiere, operare trasformazioni sono operazioni necessarie per la crescita della psicoanalisi come di ogni altra disciplina scientifica, ciò non può avvenire, infatti, che nella consapevolezza dei concetti e delle esperienze che ne stanno all'origine. Così si potrebbe sintetizzare, utilizzando alcune parole chiave — quelle che si possono leggere sulle copertine della Rivista — ciò che con passione è necessario invece confermare e valorizzare e che, con la sua direzione, Racalbuto ha voluto realizzare.
Agostino Racalbuto stava sviluppando questi aspetti anche in vista del Convegno sull'Edipo che concluderà, a Venezia, nel prossimo giugno, le celebrazioni per il Cinquantenario della Rivista e di cui riportiamo più oltre il programma.
Della relazione tenuta a Roma disponiamo solo di un testo provvisorio, ma ne vogliamo riportare comunque alcuni brani da cui emergono spunti fecondi