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La perdita è un avvenimento al limite del dicibile, al limite del rappresentabile; eppure la si percepisce, direbbe il Professor Racalbuto. Irrompe, spiazza, lascia inermi. Eppure, è presente. Noi, siamo presenti, noi e il nostro affetto, veicolo privilegiato a cui lui stesso, nel corso delle sue appassionate lezioni, ci ha introdotto come mezzo indispensabile per un analista.
Ne ricordiamo la semplicità e il candore con cui illuminava i recessi più oscuri dello psichismo umano e ce li restituiva con i suoi gentili modi di ironico ricercatore di poesia. La sua umanità è viva in noi, come pure è vivo il fervore della conoscenza, acceso dalla creatività del suo «genio del cuore».
Nihil humani mihi alienum puto, questo era solito ripeterci il Professor Racalbuto; questa è la nostra eredità.
Da ora cercheremo di onorarne la memoria impegnandoci più di prima nel tentativo di costruire una professionalità quanto più ispirata dalla sua figura e dalle sue parole, affrontando quello che egli stesso definì «un paradosso nostalgico: insostituibilità e ritrovamento».
È pregnante il nostro desiderio di averlo come interlocutore, ricordando la sua straordinaria capacità di comunicare un senso di psicoanalisi in cui la persona stessa dell'analista possa creare un varco dentro di sé, capace di andare al-di-là delle parole; all'intimo e originario affetto. In questo momento, infatti, non riusciamo tanto ad esprimere un affetto, quanto ad incarnarlo, a viverlo, avvertendone l'irriducibilità al campo delle parole.
Se stamane siamo qui, è anche per dare un significato alla presenza, per sostenere la verità della perdita, e per accorgerci della sopravvivenza, mai come adesso, del suo contributo, prima che come docente, come personalità dell'essere psicoanalista.
Non è questo, forse, il modo per trasformare un senso di colpa, un desiderio insoddisfatto, la nostalgia di un ritorno, in un debito che faccia rima e si accompagni ad un riconoscimento, per l'umanità che ha lasciato in noi il suo ins