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«Se nei molti resti uno e soprattutto tu, il vuoto è solo la leggerezza della vita» (Tilopa, maestro tibetano di Tantra)
Le concezioni post-moderne della pluralità dell'io e del mondo provengono, per dirla grossolanamente, da un soggetto «decentrato». L'idea di decentramento è stata avanzata in un certo senso da Freud stesso che ha espresso in termini teorici precisi che l'io non era padrone in casa propria. L'essenziale, a questo punto, è mettere in evidenza che il decentramento non deve essere confuso con una disintegrazione del soggetto. Se c'è bisogno di affrontare l'accento messo dal post-modernismo sull'ambiguità, l'ambivalenza, la differenza, la pluralità, il soggetto deve ritrovarsi capacità e risorse psichiche considerevoli (autoreflessività) per riconoscere tali forme di soggettività; o in termini più psicoanalitici, per prevenire a cogliere il senso dell'esperienza senza rinchiuderla in uno schema preesistente. In caso contrario l'autoreflessività si accompagna ad una frammentazione dell'io e diventa per il soggetto più un fattore di impoverimento che di emancipazione. Aprirsi a dei mondi immaginari multipli può provocare sofferenza e angoscia, e anche una perdita della capacità che ha la «mente» di pensare se stessa . Perché la «mente» possa pensarsi occorrono delle regole e un ordine: le regole di un limite oltre il quale non andare e l'ordine delle differenze spazio-temporali e generazionali.
In una società che vede languire la figura paterna possiamo ritenere di assistere ad una sorta di globalizzazione narcisistica dell'Edipo non risolto. È quanto