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“Solo sul fondamento dello stupore, ossia sul manifestarsi del Niente, sorge il perché”.
Capita spesso di imbattersi, nella pratica clinica, in pazienti che, pur non potendo essere definiti psicotici a pieno titolo, almeno nel senso di non presentare una produttività conclamata, delirante o allucinatoria, si dibattono pressoché costantemente nel rischio che si aprano falle nel loro sentimento di realtà, definito sia come esperienza di continuità che di riconoscibilità — nel senso di attribuzione di significato — rispetto alle categorie del soggettivo e dell'oggettivo, sia in termini intrinseci che di rapporto tra le due. Pazienti che facilmente scivolano verso un'angosciosa e ineffabile opacità nei confronti del reale, vissuta di frequente, difensivamente, come fenomeno più o meno massiccio di derealizzazione e depersonalizzazione. Che in determinate condizioni si porranno — e porranno a noi terapeuti — con angoscia una domanda, che potrebbe essere formulata all'incirca così: «È questa la verità? … O è forse il suo contrario?», «È proprio così come mi appare o non ho capito?». E ancora: «Cosa mi sfugge, cosa dovrei ancora capire che mi è precluso, e come? Quale è la chiave?». Detto altrimenti, condizioni caratterizzate da una labilità — che va ben oltre quella fisiologica — relativa alla distinzione tra percezione e rappresentazione, nel corso delle quali sembra farsi più minaccioso «il pericolo di essere prigionieri di illusioni che spingono a prendere lucciole per lanterne, ossia la rappresentazione per e della catena» (Green, 1993, 92-93). Caratteristiche che in qualche modo rientrano