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Il trattamento analitico del paziente adolescente comporta spesso in modo specifico il problema di dosare in modo tollerabile e progressivo l'esperienza del riconoscimento e del contatto con l'«Altro» durante le sedute: l'analista si trova in molti casi alle prese con un interlocutore particolarmente spaventato dalla dipendenza (Novick, 1992; Ruggiero, 2002) e dalla propria poco governabile emergenza pulsionale (Laufer M. e E., 1984); ostile ai rappresentanti del Super-Io (Bolognini, 2001), e propenso ad impostare l'affermazione di sé attraverso una tipica «patologia della perentorietà» (Gomez, 2004); bisognoso di un contenimento non esplicitato e non offensivo sul piano narcisistico, ma saldo e operante; e di un fondamentale contributo alla fisiologicamente precaria coesione del Sé, durante l'esplorazione perturbante delle proprie vicissitudini istintuali e identitarie (Busato, 2001), temporaneamente sconvolte dai massicci rivolgimenti che rendono l'adolescente stesso — per effetto del mutato rapporto Io-Es — paragonabile ad una utilitaria, dotata di telaio, freni, cambio e gomme assai modesti, su cui sia stato montato di punto in bianco il motore di una «Ferrari».
È ben noto che gli adolescenti tendono ad improvvise interruzioni del trattamento (Laufer, Bronstein, Flanders, 2001; Nicolò, 2001), all'uso massiccio delle scissioni, e al ricorso impulsivo all'acting out (Jeammet, 2001).
Questa situazione delicata e complessa può essere maneggiata in modo bilanciato dall'analista attraverso una sensibile alternanza tra concordanza e