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In una lettera a Groddeck Freud descrive l'inconscio in relazione ai suoi significanti come «quel signore dal loden verde del quale non riesco a vedere la faccia». Poiché esiste una qualche relazione tra l'anima e l'inconscio, potremmo dire che l'anima è quella signora dalla veste luminescente della quale non riusciamo a vedere la faccia.
La ragione per la quale non possiamo vedere la faccia dell'anima e dell'inconscio dipende dal fatto che originariamente abitano in un altro mondo: il mondo prenatale, nel quale possiamo solo allusivamente sperare di entrare attraverso le porte del sogno, il demone che abita tra la veglia e il sonno, il quale esprime l'impulso a ritornare nel grembo della madre.
La vita dell'anima sembra veramente dipendere dal desiderio di rientrare nel grembo della madre, perché un impulso misterioso ci spinge a ritornare nel luogo della soddisfazione totale del bisogno, garantita dalla presenza di un Altro.
La nascita dell'anima, come reminiscenza desiderante di un altro mondo, non può essere vista, ma solo inferita attraverso segni, perché anche quando appare e viene vista, l'anima si veste di segni, che alludono ad un altro mondo.
Chi vuole vedere i segni dell'anima dovrà dunque scendere alla regione delle madri.
Partiamo dunque dalla condizione fetale come luogo della soddisfazione totale del bisogno, perché, da quando i gameti si incontrano nel concepimento, adiacente all'atto d'amore, la vita del feto si sviluppa radicandosi nella madre come la vita della pianta si sviluppa radicandosi nella terra.
Ora la vita della pianta ci si rivela attraverso segni, che ci mostrano se la pianta è viva o morta, o se appassisce a causa di qualche patimento. La pianta tuttavia