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La fantasia compare agli albori della psicoanalisi con il «teatro privato» di Anna O. Breuer la correla a un particolare stato psichico: lo stato ipnoide. Per Anna è una fuga che, entro certi limiti, la difende da certe costrizioni che l'ambiente sociale le impone. Lo spazio ipnoide è uno spazio separato, sospeso tra creatività e patologia.
Scrivono Laplanche e Pontalis (cfr. 1967, 584-85): il valore patogeno dello stato ipnoide mirerebbe a che le rappresentazioni che vi giungono siano separate dal traffico associativo e dunque da ogni elaborazione, formano così un gruppo separato da un carico di affetto che non entra in connessione con i contenuti di coscienza (corsivo mio) ed è suscettibile a legarsi ad altri gruppi sopravvenuti in stato analogo.
Freud (1911) parla della fantasia come di «un'attività di pensiero serbatasi libera dall'esame di realtà, rimasta soggetta soltanto al principio del piacere, iniziata con il gioco continua nell'età adulta con i sogni ad occhi aperti» (456-57).
Il termine scelto phantasieren, che si riferisce al mondo immaginario e alla creatività che l'anima, si differenzia dal termine Einbildungskraft, che pure designa l'attività immaginaria ma in senso filosofico .
Negli Studi sull'Isteria Breuer e Freud hanno segnalato il carattere inconscio delle fantasie che si producono negli stati ipnoidi.
Nel settimo capitolo della Traumdeutung (1900) il fantasma e il desiderio inconscio trovano collocazione topica.
Dall'Inconscio procedono verso il Preconscio, l'incontro con la rappresentazione di parola trasforma il materiale onirico in racconto narrabile.
Nell'Inconscio il desiderio, frutto dell'elaborazione psichica della pulsione, nel percorso dalla fonte all'oggetto ha assunto figurabilità.