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Fin dai suoi inizi la psicoanalisi si è trovata a districarsi tra due tendenze (tra altre innumerevoli coppie antitetiche): da una parte un'orgogliosa rivendicazione della propria «diversità», quindi della totale incommensurabilità dei suoi metodi e dei suoi risultati con quelli di altre discipline; dall'altra il tenace sforzo, messo in atto anzitutto da Freud, di rimanere nell'ambito della scienza, distaccandosi dalla schiera dei «guaritori» (Mesmer e altri) dell'epoca prepositivista, e di appartenere ad un più ampio gruppo di discipline, ricercando il confronto con dati provenienti da altre fonti.
Testimoni dell'interesse di Freud a rimanere nell'ambito della scienza sono alcune posizioni molto nette (che oggi qualcuno potrebbe chiamare «forzature») sull'efficacia terapeutica della psicoanalisi, attribuita essenzialmente all'interpretazione piuttosto che alla relazione, sia che quest'ultima venisse disprezzata come «suggestione», sia che venisse considerata un presupposto scontato dell'analisi come «transfert positivo ineccepibile»; costante nella sua opera è il confronto con i dati provenienti dalla biologia e dalle prime ricerche sperimentali in psicologia, oltre che da osservazioni personali extracliniche (il gioco del rocchetto, ad esempio). Poco citato ma inequivocabile, l'auspicio riguardo l'appartenenza della psicoanalisi all'ambito più ampio della psicologia, di cui avrebbe dovuto costituire il fondamento (Freud, 1927).
Il dibattito sulla rilevanza per la psicoanalisi dei dati provenienti da altre discipline continua vivacemente ancor oggi (Bordi, 1995; Bonaminio e Fabozzi, 2002; Solano, 2005). Per chi è interessato a confrontarsi con altre aree scientifiche potrà essere uno strumento utile il volume Sistemica, curato da Umberta Telfener, esponente storica