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Segnalo questo libro di uno psichiatra «qualsiasi», di un Dipartimento di Salute Mentale di Bologna, perché racconta storie cliniche. Sopraffatti da linee-guida e diagrammi, pare che gli psichiatri — come pure spesso gli psicoanalisti — non siano più capaci di raccontare; e invece Catellani racconta bene, di sé e dei pazienti che sceglie per le sue storie. Storie e non anamnesi, né le malefiche «vignette», storielline cliniche funzionali solo all'enunciato che lo psichiatra o lo psicoanalista stanno sostenendo. Qui no, sono raccontate finemente nei dettagli vicende esistenziali e vicende di incontri: per che via il paziente arriva, in ambulatorio o al Pronto Soccorso, cosa fa e cosa racconta di sé, come reagiscono paziente e medico all'incontro, nei comportamenti e nelle parole.
Un clima fortemente interpersonale, perché l'uomo-psichiatra si china accanto all'uomo-paziente, più interessato alla sua vita e alle rappresentazioni di sé, e ai pensieri e agli affetti che in lui ne derivano, che alla sola psicopatologia: lo psichiatra — e lo psicoanalista — modifica, con il suo intervento, il campo su cui interviene e, nel momento in cui è in gioco, non può più presumere di conservare una osservazione neutrale né, tanto meno, oggettivante, pena la reificazione del suo stesso pensiero e del suo agire (per mano delle nosografie, linee-guida, protocolli, manuali di tecnica etc.). Queste storie e queste convinzioni sono raccontate in bello stile, che eccede appena in commozione, ma è pieno, ricco, elegante.
Che sono allora queste storie? In un mio articoletto di qualche anno fa, solo recentemente pubblicato (Berti Ceroni, 2004), a proposito di storie cliniche e di autobiografie, chiamavo le storie cliniche «Autobiografie specializzate», ma Tabucchi (2003) ha proposto il termine assai più convincente di Autobiografie altrui. In esse i fatti clinici vengono certamente piegati ai nostri fini, e Giuffrida (2002) ha ragione di dire che l'«altro» è in primo luogo una resistenza alla