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Una donna muore per un attentato terroristico a Gerusalemme. Non si sa chi sia né da dove venga e il suo cadavere resta in obitorio finché un giornalista non scopre — da uno scontrino trovato nella sua borsa — che è dipendente di una azienda di panificazione.
Da qui, dalla morte, si dipana la vicenda della ricostruzione della vittima. A poco a poco si scopre che è un'immigrata recente, che forse non è neppure ebrea, anzi che proprio non lo è, che viene da un paese lontano, una delle ex-repubbliche dell'ex-URSS. E si pone il problema del rimpatrio della salma, delle competenze vere o presunte dello Stato o dell'impresa, dell'accompagnamento della salma, della comunicazione con i parenti della vittima.
C'è dunque una protagonista assente — perché morta — ma ben presente tramite la sua storia, la sua capacità di seduzione ancora attiva, i suoi eredi (la madre, il figlio). Ma la storia vera non è questa o, meglio, questa storia vera consente un'altra storia e la consente in tutti i sensi: il protagonista, che dà il titolo al romanzo, è il dipendente della grande azienda che si trova coinvolto — perché capo del personale — in tutta la storia. È stato lui a voler trasformare la dizione un po' vecchiotta di «capo del personale» in quella più moderna di «responsabile delle risorse umane», ma saranno le sue risorse umane ad essere messe in causa e a doversi man mano modificare ed affinare fino ad un finale a sorpresa che ciascun lettore ha il diritto di godersi senza che glielo dica io prima.
È la storia di un uomo desolato, che ha concluso un divorzio conflittuale e che ha timore o forse anche un po' il desiderio mortifero di perdere anche l'unica figlia, di non avere più un contatto reale con lei. E che, conoscendo un po' alla volta la storia della vittima, ritrova alcuni elementi vitali che gli consentono appunto di prospettarsi un'altra storia, non subìta ma sua. Un uomo dunque all'inizio presente solo perché fisicamente vivo ma realmente assente — per le sue disgrazie — ch