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La morte gloriosa dell'eroe nella pienezza rigogliosa della forza giovanile era l'ideale greco dell'epoca omerica. Il modello dell'eroe splendente, adamantino, invitto nel combattimento, era Achille piè veloce, sospinto vertiginosamente dal sentimento e dall'urgenza del suo destino di morte.
Un analogo, ma non ugualmente eroico affanno spronava i filosofi tedeschi nelle notti insonni al superamento dei limiti della umana sapienza verso l'immortalità, in verità verso la divinizzazione.
Simile destino di morte affrettata incombeva nella vita intellettuale operosa, spinta fino allo spasimo, all'esaurimento di ogni scintilla di vita, di Agostino Racalbuto uno fra i primi e più cari discepoli. Vanamente ho cercato di rallentare il suo ritmo incredibilmente frenetico: egli era magicamente ubiquitario.
Gli amici, gli allievi e le numerose allieve psicologhe, su cui egli riversava inesausto la sua cospicua erudizione e il suo sano sapere psicoanalitico, lo piangono.
A Padova, al termine del Congresso de Gli Argonauti dello scorso Novembre mi abbracciò con affetto, sorridendo fiducioso, un sorriso pieno che non gli avevo mai visto sul volto, un sorriso che la Morte, incurante e invidiosa spietatamente troncò. Il ricordo del suo volto, del suo sorriso fiducioso e pregno, è scolpito nella mia mente.