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Questo scritto rappresenta il seguito di un altro mio lavoro sul tema dell'Edipo (de Simone, 2002). Alcuni concetti sono riproposti immodificati, altri sono visti da un vertice differente. C'è anche il tentativo di mostrare l'Edipo all'opera attraverso alcune esemplificazioni cliniche.
Comincerò col citare una definizione del termine «mito» di Green (1992): «il sogno e il mito hanno un tratto in comune, una straordinaria sollecitazione all'interpretazione. L'incessante operazione di decifrazione a cui essi chiamano più che al contenuto enigmatico è dovuta al fatto di essere essi stessi il prodotto di un'interpretazione. Essi interpretano un dato sconosciuto senza sapere né ciò che interpretano né come lo interpretano. A contatto con loro un sentimento oscuro fa sentire che il sapere che essi veicolano è la creazione di un senso che non fu dato né rivelato, ma trasformato». Di fronte ai conflitti da gestire «il sogno è una delle soluzioni individuali, il mito una delle soluzioni collettive.» Il mito è un «oggetto transizionale collettivo» (151, 172).
Nessuna meraviglia dunque se Freud si è servito di un mito per farne l'asse portante della sua teoria sull'uomo.
Pensando all'Edipo personaggio del mito, io preferisco vederlo non davanti alla Sfinge nella posizione nella quale quasi sempre è raffigurato, nell'atto di risolvere l'enigma, ma immaginarlo nel Santuario di Delfi, là dove Edipo si reca con la sua angosciosa domanda «chi sono? da chi sono nato? chi sono i miei genitori?».