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A Nicole Loraux
Nel 1932 sotto l'egida della Società delle Nazioni e per la causa della pace, Einstein interroga Freud su ciò che potrebbe allontanare gli uomini dalla fatalità della guerra. Freud innanzi tutto invoca la sua incompetenza in quel compito pratico che è la politica. Quindi spiega che diritto e violenza, lungi dall'essere antinomici come potrebbe sembrare agli umanisti, sono organicamente collegati. Se la comunità oppone alla violenza del singolo la forza di tutti, il diritto che la costituisce si basa su una violenza della stessa natura — stessi mezzi e stessi fini — per far rispettare l'unione. Semplicemente il trasferimento di questa forza ad un gruppo più vasto presuppone, per quanto riguarda l'uso della violenza individuale, rinunce e compromessi. Ma «è un errore di calcolo», insiste Freud, «il non considerare che, all'origine, il diritto non era altro che violenza allo stato bruto e che, al giorno d'oggi, non si può fare a meno del sostegno della violenza» (, 297).
Freud è vissuto nel suo tempo, che era il tempo sia della speranza illuminata che quello della disillusione inflitta dalla guerra e dalla impotenza della cultura a impedirne il propagarsi. Nato a metà di un secolo che era iniziato sotto il segno congiunto della «rivoluzione copernicana» di Kant e della concezione hegeliana della storia, Freud muore in esilio, nel mezzo del secolo successivo, secolo di