You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
A cura di Paolo Fabozzi, Forme dell'interpretare (Franco Angeli, 2003) raccoglie il pensiero di nove psicoanalisti, geograficamente distribuiti tra Napoli e Milano, su quell'atto di parola psicoanalitica che è l'interpretazione. Un tema che, come sottolinea Fabozzi nell'Introduzione che egli firma, «attraversa l'intero arco temporale della psicoanalisi» (12), che anche entra in relazione con quella che egli chiama «la sua estensione spaziale», cioè con tutti i fondamenti e i mutamenti teorici e clinici della psicoanalisi stessa.
Tra i cambiamenti che hanno accompagnato, nel tempo, l'interpretazione — il cosa interpretare, il quando, il quanto, il come, ma anche, per taluni, il se — dal libro emerge una idea di interpretazione che allontanandosi dal significato che la legava all'attività degli indovini e degli esegeti e dal significato di tradurre (in questo senso — ricorda Fabozzi — la proponeva Freud nel 1913) va acquisendo una dimensione discorsiva, intima e colloquiale. Così Bonaminio scrive, ad esempio, che nel corso dell'ascolto «a un certo punto l'analista decide di proporre un commento, cioè una interpretazione» (27), mentre per Neri e Girelli l'interpretazione è «un modo di entrare nel discorso da parte dell'analista che prende forma di volta in volta con quel certo paziente» (183), e in un esempio clinico di semplice efficacia gli autori ci mostrano un paziente che parla di come si lavano i piatti — acqua calda… acqua fredda… azione del detersivo… pregiudizi…— e un analista che «segue con attenzione, interviene discorsivamente, fa alcune domande» (185). Che le parole di quel paziente possano poi riguardare in via analogica la relazione con l'analista, è una ipotesi che rimane nella mente dell'analista stesso, guida idonea a modulare il calore ottimale del rapporto. Per A. Nicolò l'interpretazione