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«Mentre sto scrivendo, esseri umani altamente civilizzati volano sopra la mia testa con l'intenzione di uccidermi. Non nutrono alcuna ostilità nei miei confronti, in quanto individuo, né io verso di loro. Stanno solo «facendo il loro dovere”, come si dice.
La maggior parte di loro — ne sono sicuro — ha un cuore, rispetta la legge, non penserebbe mai di commettere un crimine nella vita di tutti i giorni. Se qualcuno di loro mi riducesse in polvere con una bomba ben piazzata, dormirebbe il sonno del giusto.
Sta servendo il suo paese, il che ha il potere di assolverlo dal male».
«La verità, tanto semplice come spaventosa, è che le persone che in condizioni normali forse avrebbero potuto sognare dei crimini senza nutrire mai l'intenzione di commetterli, hanno adottato in condizioni di rispetto totale della legge e della società, un comportamento scandalosamente criminale»
Già molti anni fa, (in Umanesimo e terrore) Maurice Merleau Ponty (1947) segnalava che la medicina e la tortura mantengono fra loro un'affinità topica nel senso che entrambe si stabiliscono, colonizzandolo, nello spazio intimo del corpo sensibile di un essere umano: l'una per salvarlo, l'altra per distruggerlo.
Il collegare concetti così antinomici come la medicina e la tortura può suscitare un certo stupore, ma offre il vantaggio di registrare e di rendere eloquente e centrale questo spazio di intimità in cui abitano da sempre, in forma virtuale o